Ambiente, nel lavoro “verde” la svolta dello sviluppo ligure

Articolo scritto per il numero 15 de La Città - Giornale di società civile

Per immaginare il futuro della nostra regione, in prima istanza, è necessario valutare alcuni indicatori, sociali, ambientali, economici e sanitari, che interessano le grandi città. Il documento a cui possiamo fare riferimento è il Rapporto Ecosistema Urbano di Legambiente, uno studio basato su diciotto indicatori ambientali principali, che valuta oltre trentamila dati raccolti attraverso questionari inviati da Legambiente ai centoquattro Comuni capoluogo, insieme ad altre informazioni provenienti da accreditate fonti statistiche e ricerche che viene pubblicato ormai da ventisei anni in collaborazione con l’Istituto di ricerche Ambiente Italia e Il Sole 24 Ore.

Nella edizione presentata a fine 2019 Genova si trova al 73° posto, Imperia al 90° su 104 capoluoghi di provincia, vanno meglio La Spezia (21° posto) e Savona (39° posto). L’analisi comparata sugli ultimi sei anni vede per tutti e quattro i capoluoghi liguri un arretramento. Genova ha perso 24 posizioni, soprattutto a causa del pessimo dato di raccolta differenziata ancora sotto al 35%, ma anche per la qualità dell’aria. Si è registrato infatti negli ultimi anni un nuovo aumento dell’inquinamento da polveri sottili, elevati sforamenti da ozono e biossido di azoto. Altro elemento è l’incidentalità stradale, Genova è sul podio di questo triste primato: i morti e feriti in incidenti stradali ogni mille abitanti sono 9,4, più bassi i valori negli altri tre capoluoghi: 6,5 a Imperia, 7 alla Spezia e 7,4 a Savona.

Male anche il tasso di motorizzazione. Continuano a scendere i passeggeri del trasporto pubblico locale, che tendenzialmente passano all’utilizzo dei motorini. Se da un lato Genova registra un tasso inferiore a 50 auto per 100 abitanti (il numero di auto circolante ogni 1000 abitanti è 470), dall’altro è ai primi posti per moto circolanti ogni 100 abitanti: 25. Più alto ancora il dato di Savona (26) e Imperia (28), La Spezia è ferma a 19. Per quanto riguarda i rifiuti, Genova produce 486 kg abitanti all’anno e ha un costo pro capite di smaltimento di 229 euro per abitante all’anno. La Spezia ne produce 488, Savona 544 kg, Imperia 532. Meno di 50 kg/abitante all’anno la raccolta differenziata di frazione umida; anche Imperia fa parte della stessa categoria. La Spezia e Savona fanno leggermente meglio: tra 50 e 100 kg. Il giudizio sulla differenziata per Genova è “scarsa”, il più basso, Savona e Imperia sono “insufficienti”, La Spezia “sufficiente”. In percentuale, la differenziata a Genova è al 33,3%, a Savona al 42,4%, a Imperia al 35,2%, alla Spezia al 67,4%.

Vi sono poi alcuni dati, in particolare per il nostro capoluogo regionale, che vengono riportati e che insieme agli indicatori ambientali forniscono una importante lettura per richiamare l’attenzione su una larga fetta di popolazione esposta ad una vulnerabilità socioeconomica:

Genova conta 33.202 appartamenti inutilizzati, il 10,7% delle abitazioni (vale il terzo posto italiano), a fronte di 1.136 provvedimenti di sfratto emessi e 205 mila persone risultano risiedere in quartieri con alto potenziale di disagio sociale ed economico, il 35,1% della popolazione totale.

L’ambiente in cui si vive, dove ci si sviluppa e ci si forma, sottolinea il report di Legambiente, condiziona le opportunità di crescita, in particolare delle giovani generazioni. Purtroppo la Liguria è in controtendenza negativa rispetto al fenomeno dei Neet- “Neither in employment nor in Education” (ragazzi e ragazze tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non lo cercano lavoro e che non sono inseriti in percorsi formativi) che salgono di 7 mila unità (+ 19,3%) passando dai 35 mila del 2016 ai 42 mila del 2017, mentre diminuiscono sia nel nord ovest, diminuendo di settemila unità, sia in Italia, con una diminuzione di ventisettemila unità. 

Osservando le percentuali per quartiere a Genova dei ragazzi con età compresa tra i quindici e i ventinove anni scopriamo che il 3,4% si trova a Carignano, il 15,9% a Ca’ Nuova al Cep di Pra’. 

Tra gli altri indicatori presi in considerazione, Genova risulta sedicesima per numero di neoassunti con contratti di lavoro relativi a green jobs: 7.440 persone, con un’incidenza percentuale sul totale dell’Italia dell’1,6%.

Nell’immaginare lo sviluppo della nostra regione, valutato il quadro che emerge da alcuni degli indicatori menzionati precedentemente e augurandosi di lasciare presto alle spalle il Covid-19, non possiamo che auspicare che i finanziamenti previsti per il recovery fund nazionale siano indirizzati ad interventi regionali, nelle città capoluogo, nei borghi lungo la costa e nei piccoli comuni dell’entroterra, in modo virtuoso e innovativo.

La crisi sanitaria che stiamo affrontando può rappresentare l’occasione per rivelare un nuovo paradigma, affrontando la questione del lavoro per emancipare economicamente e socialmente molti giovani.

Una regione che può e deve puntare sui “lavori verdi” come dimostra l’indagine sui green jobs  dell’economia circolare condotta nell’ambito del progetto nazionale “Ecco” di Legambiente che definisce i “lavori verdi quelle attività lavorative nel settore agricolo, manifatturiero, amministrativo, dei servizi e nelle attività di ricerca e sviluppo che contribuiscono sostanzialmente nell’opera di salvaguardia o ripristino della qualità ambientale. Questi includono attività che aiutano a tutelare e proteggere gli ecosistemi e la biodiversità; a ridurre il consumo di energia, risorse e acqua tramite il ricorso a strategie ad alta efficienza; a minimizzare o evitare la creazione di qualsiasi forma di spreco o inquinamento.”.

I lavori in questi ambiti sono previsti fortemente in crescita e a credere in tale prospettiva sono le realtà che operano nel terzo settore. 

Nella rilevazione dell’indagine sui green jobs, eseguita su un gruppo selezionato di stakeholder scelti fra operatori di economia sociale e circolare, del terzo settore e dalla rete dei circoli di Legambiente, svolta fra metà aprile e i primi di maggio 2020, durante la fase 1 del lokdown, si è rivelato un sentimento, quello della fiducia verso una visione Europea dell’ambiente, degli investimenti previsti nell’economia circolare e per far fronte alla emergenza climatica, che tende a radicarsi nella prospettiva di un più lungo periodo, verso i prossimi 10 anni, con un 34,5% di occupazione green in più. Le professionalità green in molti casi non prevedono una alta specializzazione e lunghi percorsi di studi, per questo risultano inclusivi e rappresentano una grande opportunità formativa.

Nella nostra regione sarà fondamentale attivare politiche e azioni di adattamento e mitigazione del cambiamento climatico in atto. La protezione del territorio, l’azzeramento del consumo di suolo, la ricerca di un equilibrio tra le realtà portuali e le città (con uno sviluppo portuale che sempre più spesso non riesce a coesistere con gli spazi cittadini, rendendo conflittuale la convivenza con i cittadini residenti,), la riconversione e riqualificazione delle attività industriali maggiormente impattanti, saranno imprescindibili. Così come saranno fondamentali investimenti per implementare la produzione energetica da fonti rinnovabili, il risparmio energetico e la costruzione di impianti per il trattamento dei materiali post consumo.

La Liguria possiamo affermare, dati alla mano, è sovra satura di infrastrutture stradali e, se non si imposta una riflessione sui suoi limiti fisici e idrogeologici, non si uscirà mai da quelle emergenze fatte di frane, allagamenti e alluvioni, nonché code autostradali, traffico cittadino, inquinamento atmosferico che rappresentano il prodotto di una mobilità insostenibile. Dovranno essere sviluppate le infrastrutture ferroviarie che abbiamo inserito nella richiesta inviata al Governo per la costruzione delle gradi opere utili e che raccolgono consenso e gradimento trasversale degli amministratori locali, del mondo imprenditoriale e politico e della società civile come il raddoppio della ferrovia pontremolese, il nodo di Brignole, il raddoppio dei binari verso il confine francese senza dimenticare le infrastrutture verdi, strategiche per lo sviluppo e la messa in sicurezza del territorio.

L’ossatura di tali infrastrutture passa certamente per la valorizzazione del sistema regionale e nazionale dei parchi e delle riserve presenti in Liguria, che solo cinque anni fa hanno rappresentato la nostra regione all’expo di Milano, raccontati come le “nostre perle” ma che in questi anni hanno visto un continuo taglio ai bilanci economici, l’invasività del Piano casa in quelli affacciati sul mare, un consistente taglio alle superfici protette, quindi sostanzialmente una loro netta svalorizzazione. Per questo riteniamo una grande opportunità la trasformazione del Parco di Portofino in parco nazionale e un’ opera strategica la trasformazione del Parco naturale regionale di Montemarcello Magra Vara in Parco interregionale nazionale, coinvolgendo le aree naturali protette di interesse locale sul fiume Magra in provincia di Massa-Carrara e i siti della rete Natura 2000, sul territorio Toscano.

Il sistema dei parchi e delle riserve, con i loro insediamenti storici, il paesaggio, le eccellenze naturalistiche, gli spazi aperti, che consento di mantenere un distanziamento fisico, hanno costituito e continueranno a costituire un elevato richiamo turistico. Questi contesti non stereotipati, “diversi” non ancora danneggiati o compromessi da un eccessivo e insostenibile sviluppo urbano, agricolo e industriale, rappresentano un valore aggiunto unico. Lo rappresentano insieme alle aree marine protette, per questo, anche nella nostra regione servirà dare piena attuazione alla strategia marina nazionale, per migliorare la tutela dello spazio marino-costiero e per ridurre l’inquinamento del mare promuovendo maggiori investimenti a favore della blue-economy, valorizzando le filiere ittiche sostenibili e plastic-free. Nell’entroterra sarà utile puntare su una gestione forestale sostenibile del nostro patrimonio boschivo, incrementando i boschi vetusti, creando santuari di biodiversità vegetale, politiche utili da sviluppare anche nei centri urbani maggiori, facendo crescere foreste urbane per rendere le nostre città più vivibili e resilienti al cambiamento climatico.

È solo riuscendo ad esprimere la qualità ecologica e culturale che ogni territorio ha in seno che potremo recuperare il terreno perso in termini di sostenibilità ambientale, emancipazione economica, giustizia climatica e sociale, salubrità e ridurre le diseguaglianze.